domenica 1 novembre 2015

I muffin aristotelici

Iniziamo dal dolce...




...ed eccovi allora la mia prima ricetta filosofica: muffin con gocce di cioccolato fondente, da me battezzati "Muffin aristotelici"
Il modo in cui le gocce scure del cacao affondano nell'impasto dorato dei muffin mi ricorda tanto il cielo delle stelle fisse, cioè l'ultima sfera dei cieli e la più perfetta nella cosmologia aristotelica. In questa sfera le stelle sono fisse in quanto incastonate nell'etere. Per questo voglio abbinare questa prima ricetta ad Aristotele, filosofo greco vissuto nel IV sec. a. C e discepolo di Platone.

Il punto di forza di questa ricetta è l'assenza di alcune sostanze che non aiutano il nostro equilibrio interno ed interiore, anzi tendono a danneggiarlo. Questi muffin non contengono sostanze raffinate, come farina di tipo 00 o zucchero bianco, sostanze ormai morte, che non nutrono più il nostro organismo, e che quindi non vedo il motivo di assumere. Al loro posto compaiono farine integrali, ancora ricche di fibre, e dolcificanti naturali.
Come si vedrà è inoltre assente il latte vaccino che non ci offre nulla che poi non tolga in misura maggiore (come il calcio) e non ci sono neanche burro, margarina vegetale, né uova, ma olio extravergine d'oliva.
Ingredienti il più possibile naturali e ancora vivi.

Muffin con gocce di cioccolato fondente



Ed ora eccovi la ricetta...

Ingredienti
275 gr. di farina tipo 2 (o integrale)
250 gr. di sciroppo d'acero ( o, in alternativa, 100gr. di malto di riso + 50 di sciroppo acero + 50gr. di succo di mela)
50 ml di olio di semi
1 bustina di lievito (cremor tartaro)
200 ml di latte di soia
2 barrette di cioccolato fondente ridotte a scaglie (è preferibile asciare alcuni pezzi più grossi di altri)


Procedimento
Versare in una terrina tutti gli ingredienti tranne il latte, le gocce di cioccolato e il lievito. Mescolare bene. Aggiungere poi il latte, il cioccolato e continuare a mescolare. E' preferibile utilizzare uno sbattitore. Aggiungere infine il lievito setacciandolo così da evitare grumi e mescolare bene. Riempire gli stampini in silicone e infornare a 1800 gradi e lasciare cuocere per circa 20/25 min.

  





Le mie ricette filosofiche


Inauguro, con questo post, una nuova sezione del blog dedicata a delle gustose ricette di piatti dolci e salati. Ho intitolato questa rubrica 'ricette filosofiche' perchè si tratta di ricette che celano una scelta, una scelta di coerenza. Coerenza con cosa? Beh, ovviamente con l'essere filosofi. Se, come ho già avuto modo di dire in questo blog, la filosofia non è una teoria, ma una pratica, non è un dire, ma un fare, allora dobbiamo essere filosofi in ogni momento della nostra vita, dobbiamo essere, in quanto filosofi, coerenti con quelli che abbiamo riconosciuto essere principi fondamentali.
E poiché inoltre, come ho già detto, la filosofia per sua natura si spinge in ogni angolo della nostra esistenza, allora non dovrebbe apparirci strano che in quanto filosofi ci interroghiamo anche su ciò che serbiamo nelle nostre dispense, cioè sul cibo che mangiamo.
A dire il vero, in altre epoche lo stile di vita e le proprie abitudini alimentari non costituivano aspetti separati dalla filosofia; pensiamo per esempio a Pitagora e all'obbligo per tutti i pitagorici di astenersi dal consumare carne. Ugualmente molti altri filosofi accolsero la scelta vegetariana, e come loro anche alcuni Padri della Chiesa, come per esempio San Girolamo.
Su questi e altri filosofi avrò modo di parlare ancora in modo approfondito in altri post. Intanto devo dire che, nel mio caso, non è stata la filosofia a condurmi verso un rapporto più consapevole con il cibo, verso una certa disciplina alimentare, ma piuttosto precise circostanze personali: ho sposato un uomo vegano, che ama cucinare per me e così mi si è spalancato davanti un mondo nuovo, che conoscevo solo dall'esterno e superficialmente. Solo in un secondo momento ho interrogato la filosofia al riguardo. A questo punto voglio precisare che io non sono vegana, né vegetariana, non ho compiuto la scelta etica che sta alla base di questo stile di vita, una scelta fondamentale, e non sono sicura che un giorno la farò. Mi capita ancora di nutrirmi di alimenti di origine animale. Tuttavia devo anche riconoscere che seguendo spesso un'alimentazione vegana la mia vita è cambiata, in un modo che mi dà benessere, fisico e psichico. Ho scoperto come prendermi il piacere del cibo senza sacrificare il mio desiderio di stare bene, e di sentirmi in armonia con me stessa e con il mondo che mi circonda. Mi sono domandata se non si trattasse di una semplice suggestione e ho capito che non lo è. Inoltre la riflessione su questo tipo di scelta alimentare mi ha portato, giocoforza, a riflettere su altre questioni connesse, prettamente filosofiche, come il mio rapporto con la terra, con l'universo tutto (oggi diremmo con il pianeta), con gli altri esseri viventi, e, essendo io credente, anche con Dio e i suoi insegnamenti. Così è stato naturale per me volgermi indietro ed interrogare i filosofi del passato. Come si erano comportati loro a questo proposito? Qualcuno di loro si era chiesto, come molti fanno oggi, cosa è giusto mangiare e cosa no? Cosa è giusto per noi stessi, che, come diceva Anassagora, diventiamo quello che mangiamo, ma anche per le altre creature della terra. Mi torna in mente a questo proposito quanto ha scritto in “Mangiar Sano e Naturale”(un manuale di consapevolezza alimentare) il suo autore Michele Riefoli, parlando degli animali. Questi sanno sempre cosa mangiare e cosa no, e lo sanno da subito, senza il bisogno che qualcuno glielo insegni. E' l'istinto che li guida. La loro natura si impone e li guida senza dubbi. E difatti non sbagliano mai. Parlo di animali che vivono allo stato libero, non di quelli allevati e nutriti dall'uomo. Siamo davvero sicuri che a noi sia preclusa questa possibilità? Di lasciarci guidare dall'istinto e dalla nostra natura nello scegliere cosa mangiare o no? Ancora una volta ho interrogato la filosofia.
La mia ricerca in questo senso è ancora in corso, perché ho scoperto che tanti sono i punti di vista dei filosofi del passato e del presente, e ci saranno, su questo blog, diversi post in cui affronterò questi argomenti. Per il momento mi interessa unicamente accennare a questa tematica, poiché mi offre l'occasione di aprire una piccola finestra su un nuovo modo di vivere il piacere del cibo, un modo in cui trova spazio il rispetto per noi stessi, prima di tutto, e per il mondo in cui viviamo in secondo luogo.
Non si vuole qui fare una critica a chi consuma un certo tipo di alimenti, o a chi non ha fatto una scelta vegana (lo ripeto, io stessa non mi astengo in modo assoluto dal consumare carne e pesce e alimenti di origine animale). Ma il tema delle abitudini alimentari e le problematiche ad esse legate sono diventate ormai terribilmente attuali; penso all'importanza di prenderci cura del nostro corpo, ma anche all'importanza di proteggere la terra e l'ambiente in cui viviamo. Penso allo spreco di cibo di cui spesso siamo autori più o meno consapevoli (a questo proposito proprio in questi ultimi mesi sta prendendo sempre più piede l'iniziativa di distribuire nelle scuole, soprattutto nella primaria, dei sacchetti lavabili individuali con cui i bambini possono conservare e portare a casa il cibo non consumato a mensa. Si tratta delle iniziative sono la “Good Food Bag” di Legambiente e “La mensa che vorrei” di Cittadinanzattiva), penso ai vantaggi di cui tutta l'umanità e ogni forma vivente potrebbe godere grazie ad una pratica più coscienziosa degli allevamenti di animali, ecc. Come può un filosofo non considerare lo stato del nostro pianeta e del nostro corpo, non interrogarsi su come si può fare per migliorare le cose e magari sforzarsi di farlo. Quello che voglio qui ribadire è che i miei, ancora parziali e saltuari tentativi di fare tutte queste cose mi hanno portato un donato benessere interiore.
E' certo che così come sin dall'antichità ci sono stati filosofi che hanno abbracciato la scelta vegetariana, così ve ne sono stati altri che l'hanno osteggiata, come del resto accade anche oggi. Ognuno ha diritto alle sue personali posizioni e convinzioni. Personalmente trovo incoerente quantomeno ignorare il problema, ed esimersi dal prendere una posizione al riguardo. Questo è quello che ho fatto anche io finora, laddove invece avrei dovuto interrogarmi molto tempo fa, non solo in quanto studiosa di filosofia, ma anche in quanto cristiana e credente, e in quanto essere umano dotato della capacità di ragionare e valutare. Non solo in quanto filosofi, infatti, ci viene chiesto di esprimerci su queste importanti tematiche, ma anche semplicemente in quanto uomini. Figuriamoci in quanto credenti. Per questo ho iniziato a pretendere da me stessa maggiore coerenza, e attraverso i post di questa rubrica vorrei interrogarmi circa tali questioni.
Buona lettura e ... buon appetito!


giovedì 16 luglio 2015

Arte e stagioni

Dopo una breve pausa, torno al mio blog per presentarvi alcuni nuovi personaggi che già da un po' animano il mio piccolo fantasioso mondo segreto.
Per ora preferisco svelare il meno possibile, in attesa che questo progetto si definisca meglio, dentro e fuori di me.

Nel frattempo eccovi alcuni schizzi a matita e qualche acquerello, ideati sulle quattro stagioni



Un po' d'estate 






Un marzo pazzerello...




Autunno. 
Gli animali del bosco si preparano al letargo...





La compagnia degli amici nelle fredde serate d'inverno...




lunedì 23 febbraio 2015

Il diritto alla felicità

La filosofia è una pratica di vita, è una palestra per la mente, può fornirci i criteri per vivere in modo più consapevole e per essere felici.

Quanti elementi, ogni giorno, ci impediscono di essere noi stessi, di essere delle persone autentiche?
Vi siete mai fatti questa domanda: “Se le mie azioni non avessero conseguenze, quante volte nell'arco di una giornata mi comporterei in modo diverso da come faccio? Quante scelte diverse farei?”

Naturalmente le conseguenze ci sono, lo sappiamo tutti.
Ma la buona notizia è che non sono tutte uguali, queste conseguenze, non tutte hanno la stessa importanza.
Se la conseguenza di una nostra azione o decisione riguarda l'incolumità nostra o di altri individui, o il loro benessere, insomma se la conseguenza tocca dei principi etici o civili, dei principi fondamentali della vita umana, allora siamo di fronte ad una conseguenza importante, di cui tenere conto; se, invece, le conseguenze di una nostra azione riguardano un livello più superficiale della vita, come il fatto che quel tale vicino di casa o quel parente si sentirebbe offeso, o non sarebbe d'accordo o si arrabbierebbe con me, ecc, allora è decisamente un'altra questione.

In questo secondo caso, possiamo anche trascurare le conseguenze delle nostre scelte ed operare alla luce di un unico grande principio: noi stessi e quello che la nostra coscienza ritiene sia giusto.
La nostra mente è assolutamente in grado di distinguere cosa è bene da cosa è male.
La filosofia è un ottimo strumento di indagine in questo senso. Se la nostra mente è allenata a dialogare con se stessa, in modo franco e oggettivo, allora siamo sicuri di poter stabilire autonomamente cosa è giusto fare in certe situazioni.

Ma quante persone realmente ricorrono a questo principio per prendere decisioni della loro vita? Quante persone decidono davvero “autonomamente”?
“Vorrei cambiare lavoro”, potrebbe pensare una giovane donna o un giovane uomo che dopo diversi anni comprende che il lavoro che fa non lo gratifica né professionalmente né nella sfera privata “ma chi lo dice ai miei?” o in altri casi “Ma chi lo dice a mia moglie (o a io marito)?”
Ancora peggio: “Se cambiassi lavoro e facessi davvero quello che desidero, i miei amici(o i miei parenti) mi prenderebbero per pazzo”.

Non è raro poi sentirsi dire frasi come : “Ma perché devi essere il solito eccentrico, mica noialtri siamo tutti scemi a fare un lavoro che non ci piace, lo facciamo perché nella vita bisogna essere maturi e spesso accontentarsi, non si può avere tutto”. In sostanza il messaggio è: se tutti fanno così un fondo di verità c'è quindi devi seguire anche tu il comportamento più diffuso.

In definitiva, il bene o il male, la cosa giusta o la cosa sbagliata, sembra che debbano essere stabiliti non in base a quello che sentiamo intimamente, dentro di noi, ma in base ad un mero confronto con il resto della società, con l'atteggiamento più diffuso, più accreditato.

Certamente distinguersi dalla massa, assumere un comportamento diverso da quello ritenuto “normale” può mettere a disagio molti di noi, può farci sentire diversi, ci fa diventare oggetto di critiche e di disapprovazione generale. E spesso non abbiamo la forza di contrastare tutto questo in nome della nostra stessa felicità e del nostro stare bene.
E invece non ci sarebbe niente di più giusto che contrastare e perseverare.
Ce lo ha detto Emerson nel post precedente, con le sue parole decise e chiarissime.

“Quel che io debbo fare è quanto riguarda me, non ciò che la gente ne pensa. Una tale regola, tutt'altro che facile da applicare sia nella vita pratica che in quella intellettuale, potrebbe servire come esatta distinzione tra grandezza e mediocrità. Tutto è poi reso arduo dal fatto che c'è sempre qualcuno che crede di sapere quali siano i tuoi doveri meglio di quanto non sappia tu stesso. E' facile, nel mondo, vivere secondo l'opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l'uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l'indipendenza della solitudine.”1

Ma ce lo assicura anche la riflessione personale, quel dialogo onesto e rigoroso, filosofico, che possiamo condurre con noi stessi, quello sguardo lucido e sicuro che la filosofia può farci gettare sulla realtà e su noi stessi, per comprendere davvero dove sta la verità.
Se le conseguenze di un nostro atto non ledono i principi fondamentali e i diritti di ogni vita umana, è più giusto rispettare se stessi o accontentare chi ci sta intorno?
Coloro che vivono accanto a noi sono senz'altro persone importanti, certo...esattamente quanto lo siamo noi per noi stessi! Pretenderemmo noi da quelle persone che facessero qualcosa per accontentarci piuttosto che qualcosa che li renderebbe felici? Non credo; in tutta onestà, non ci sentiremmo nel giusto se lo facessimo. E allora perché dovremmo permettere che loro facciano questo a noi? Perché non sentire forte tutto il diritto di difendere la nostra felicità?
La nostra esistenza, della cui durata non sappiano assolutamente nulla, è un bene prezioso, il bene più prezioso, è un crimine sprecarla, è un peccato non sforzarsi ogni giorno di difenderlo e di valorizzarlo sempre di più.
Anche questo, cioè il rispetto per la propria vita e i propri desideri, il rispetto del tempo che ci è concesso su questa terra, è uno di quei principi fondamentali, di quei diritti essenziali di un individuo che non andrebbero mai lesi.
Quando pensiamo alle conseguenze delle nostre decisioni, oltre a stare ben attenti a non ledere i diritti e il bene di chi ci circonda, pensiamo anche a non ledere il nostro diritto a stare bene e di essere felici.


1 R. W. Emerson, Natura e altri saggi”, a c. di Tommaso Pisanti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1990. Ivi, p. 98.


venerdì 13 febbraio 2015

Piccole illustrazioni

Un disegno all'acquerello realizzato per una fiaba dal titolo: La leggenda di re Claudio, un racconto scritto da una mamma per il suo bambino...






E un disegno che attende ancora di essere acquerellato, per un'altra mamma di due bellissime sorelline.



giovedì 12 febbraio 2015

Un racconto di filosofia per bambini

Eccomi al mio primo tentativo di raccontare una favola filosofica per bambini. 
E' mia ferma convinzione che la Filosofia per Bambini (o filosofia con i bambini) non debba essere solo una pratica o una linea editoriale, ma una vera e propria materia di insegnamento. La filosofia come disciplina scolastica dovrebbe essere estesa non solo a tutti e cinque gli anni della scuola superiore (ad oggi si insegna solo nell'ultimo triennio), ma anche agli anni della scuola primaria e media.
Nel frattempo questo è il mio contributo perché tale sapere raggiunga anche gli interlocutori più piccini, con la preziosa collaborazione delle loro mamme e delle loro maestre.
Come già il titolo  anticipa chiaramente, nel mio racconto filosofico provo a spiegare al pubblico dei bambini i concetti filosofici che Platone tratta, attraverso il mito della caverna, nel Libro VII de La Repubblica. Il mito veniva usato da Platone allo stesso modo di una metafora, per spiegare in modo più chiaro e semplice concetti e tesi filosofici altrimenti difficili da comprendere.
Per ora non voglio svelarvi più di questo, ma vi lascio liberi di leggere e interpretare autonomamente la favola...parleremo più diffusamente del mito della caverna e del suo significato filosofico nel prossimo post.

Intanto vi auguro buona lettura!




ENRICO E IL MITO DELLA CAVERNA




Enrico ha 5 anni ed è un ragazzino vivace e sempre molto curioso. 
C'è una cosa che ama molto fare. Nelle giornate fredde o in quelle troppo afose e calde per poter uscire a giocare a pallone, ama restare a casa accoccolato nella sua poltrona preferita e ascoltare una di quelle bellissime fiabe che sua madre sa raccontargli.
Enrico non sa da dove la mamma prenda quelle storie, se dalla sua fantasia o dal racconto di qualcun altro. 
Resta il fatto che a lui piacciono tanto e gli piace tanto poi restare ancora un po' seduto su quella poltrona a parlare ancora di quelle storie.
Così quel giorno di inverno, mentre fuori si preparava un temporale coi fiocchi, Enrico decise che era giunto il momento di ascoltare una di quelle storie.
«C'era una volta un bambino di nome Tom” iniziò quindi a raccontare la mamma “che, ogni giorno, durante le vacanze estive, subito dopo pranzo, soleva fare delle lunghe e solitarie passeggiate per i viali di una bella ed estesa campagna di fronte casa sua. Un giorno però si spinse un po' più lontano del solito e improvvisamente si ritrovò di fronte ad un boschetto. Era piccolo, non sembrava pericoloso e la curiosità di Tom era così viva e incalzante che il piccolo decise di avventurarsi per quei sentieri così invitanti. 

Camminò per un po', ammirando la bellezza del boschetto, dei suoi alberi dai rami intricati e frondosi, la varietà di fiori e piante, godendo della piacevole frescura del posto e ascoltando i versi mai sentiti prima di tanti uccelli e animali nascosti chissà dove.

Ad un tratto, senza neanche capire come, si ritrovò di fronte ad una caverna. 

L'entrata era libera e proveniva dall'interno una debole e tremolante luce insieme a certi confusi rumori, come dei bisbiglii.

Tom sentì un formicolio corrergli lungo la schiena, i battiti del suo cuore ebbero un'improvvisa accelerata, ma stranamente la curiosità e la voglia di scoprire cosa c'era lì dentro ebbero la meglio sulla paura e, senza riuscire a fermare i suoi piedi, pervaso com'era da una strana sete di sapere, entrò nella caverna.

Ora la luce era più forte e i rumori che aveva udito poco prima si erano fatti più vicini.

Tom proseguì ancora.

Seguendo un percorso stretto e accidentato si vide costretto a svoltare a destra e di colpo si ritrovò di fronte ad un grande fuoco. Adesso i rumori erano vicinissimi e Tom riconobbe il fruscio di alcuni giunchi e delle voci sommesse. I suoi occhi si abituavano sempre più all'oscurità, ma fu soprattutto il fuoco che permise al piccolo di vedere con chiarezza la scena che gli si presentò davanti.

Riusciva a distinguere in lontananza le sagome di alcuni bambini, con i piedi affondati nella terra fino alle caviglie. Tutti gli davano le spalle, poiché tutti erano ugualmente rivolti verso la parete di fondo della caverna sulla quale, per opera del fuoco che si trovava alle loro spalle, si proiettavano le loro ombre.

I bambini erano intenti ad intrecciare dei giunchi per farne dei canestri. Ve n'erano già molti di varia misura per terra, accanto ad ogni bambino.
Chiacchieravano serenamente tra di loro e intanto confezionavano un cesto dopo l'altro. Nessuno si accorse di lui. 
Nonostante la presenza del fuoco, l'oscurità era profonda lì dentro e Tom si rese conto che quei bambini riuscivano a vedere solo le ombre proiettate sulla parete mentre potevano scorgere a malapena le loro mani che lavoravano alacremente. 
Si fece coraggio e avanzò verso uno dei bambini. Il fuoco che scoppiettava in prossimità dell'entrata era ormai lontano, e anche Tom, mentre procedeva verso il fondo della caverna, veniva come inghiottito dall'oscurità.
Procedeva a fatica perché i suoi piedi affondavano nel terreno melmoso e appiccicoso, ma alla fine riuscì ad avvicinarsi ad un bambino. 
Per la verità riusciva a vederlo a stento, più che altro percepiva la sua presenza al suo fianco. Fermatosi accanto a lui, quindi, pronunciò un debole “Ciao”.
Sentì il bambino irrigidirsi, le sue mani fermarsi a metà del lavoro; forse terrorizzato da quella voce, non osò voltarsi e rimase in silenzio come in attesa.
Tom allora continuò a parlargli, sommessamente. 
“Che fate qui?”
Ma invece di una risposta Tom si sentì rivolgere un'altra domanda:
“Chi mi chiede una cosa così strana?”
Tom non capì bene quella domanda, ma decise di rispondere:
“Io sono Tom, tu come ti chiami?”
“Io sono io, mi vedi no? Sono quest'essere tremolante che hai di fronte a te”
A quelle parole Tom guardò davanti a sé e vide l'ombra del bambino proiettata sulla parete della caverna, che per effetto del fuoco, si muoveva continuamente tremolando.
“Quella è la tua ombra” rispose candidamente Tom “Tu sei un'altra cosa, tu sei un bambino come me”.
A queste parole il bambino non rispose nulla, rimase ancora una volta in silenzio, come per riflettere su quanto aveva appena udito.
“Perché non uscite da qui? Potremmo andare tutti a giocare là fuori...sotto il sole... all'aperto”.
Dopo un breve silenzio il bambino rispose:
“Nessuno è mai uscito da qui”.
“Perché?” chiese stupito Tom.
“Perché dovremmo uscire?” disse di rimando il bambino “I nostri piedi sono ben piantati a terra, i nostri occhi vedono tutto quello che c'è da vedere, e abbiamo il nostro compito da finire”.
Allora Tom disse: “Ma i vostri occhi vedono solo delle ombre!” 
“Cosa sono queste ombre di cui parli? Io vedo solo noi stessi”
“Quello non sei tu, è solo la tua ombra che si proietta sul muro” insistette Tom
“Perché dici questo? quello sono io” ribadì a sua volta il bambino. 
Non sapendo più cosa dire Tom ribatté: “Se non mi credi seguimi fuori di qui, dove c'è più luce e ti farò vedere chi veramente sei”.
A queste parole seguì un altro momento di silenzio, poi il bambino disse: “Ma dovrei prima liberare i miei piedi, vedi anche tu che non posso muovermi”.
“Non è una cosa difficile … guarda... fai come me”, e così dicendo Tom estrasse dalla terra i suoi piedi, uno dopo l'altro. Dopo qualche secondo sentì che il bambino stava cercando di imitarlo, ma senza riuscirci.
“Non ci riesco, io non posso farlo”.
“Lo fai davvero con poca convinzione, e poi forse sei qui dentro da così tanto tempo che la terra intorno alle tue caviglie si è un po indurita, cerca di sforzarti un po'”.
Il bambino allora provò ancora e dietro le ripetute sollecitazioni di Tom alla fine riuscì ad estrarre un piede dalla terra.
“OH!” esclamò stupito.
“Bene! Ora fai così anche per l'altro piede”
Il bambino, sempre più sconvolto da quanto gli stava accadendo, seguì le indicazioni di Tom e presto si ritrovò con i piedi che affondavano ripetutamente nella terra ma ormai liberi di muoversi. 
“Ora” gli disse Tom “dobbiamo uscire di qui” e così dicendo si voltò per incamminarsi verso l'uscita della caverna. 
“Cosa?” chiese il bambino e appena si voltò in direzione della voce di Tom si immobilizzò per la paura alla vista del grande fuoco che in lontananza ardeva e mutava continuamente nel colore e nella forma.
“Cos'è quello....” chiese con un filo di voce e divorato dalla terrore.
“Quello è il fuoco” spiegò con pazienza Tom “ Non lo sai cos'è il fuoco?... è lui che fa luce qui dentro”.
Il bambino istintivamente si avvicinò a Tom come per cercare protezione. Si sentiva smarrito, aveva appena abbandonato tutto quello che conosceva bene per avventurarsi verso qualcosa di sconosciuto e mostruoso. Tom istintivamente gli prese la mano e lo tirò dolcemente procedendo verso l'uscita della caverna. 
Man mano che i due si avvicinavano al fuoco la luce aumentava ed essi riuscivano finalmente a scorgersi l'un l'altro.
Tom si ritrovò allora di fronte un bambino dai capelli lunghi, sporco di terra, che lo fissava con due occhi spalancati dal terrore.
“Che succede? perché mi guardi così?” chiese un po' spaventato anche lui.
“Cosa sei tu?”
Tom restò ancora una volta perplesso davanti a quella domanda ma rispose ugualmente, non senza una certa condiscendenza: “Sono un bambino, proprio come te, e mi chiamo Tom, ma questo te l'ho già detto”. 
Il bambino intanto quasi non lo ascoltava più. Guardava le sue mani e quelle di Tom, guardava il suo corpo e a poco a poco riconosceva in quelle forme i contorni delle ombre che fino a quel momento aveva creduto fossero l'unica cosa esistente. Lentamente iniziava a capire. 
Tom riprese a camminare, tirandosi dietro il suo nuovo amico. Oltrepassarono il fuoco, non senza difficoltà, e si ritrovarono in prossimità dell'uscita dalla caverna. Allora senza indugi Tom accelerò il passo e dopo pochi istanti i due si ritrovarono fuori dalla caverna, all'aperto, sotto un sole accecante.
“AIUTO!!! Cos'è questa esplosione!?” urlò il bambino liberandosi dalla presa di Tom e cadendo in ginocchio.
“Quale esplosione? E' solo la luce del sole...”disse Tom guardando sorpreso il bambino. 
Pian piano il bambino allontanò le mani che aveva accostato agli occhi per difendersi dalla luce e davanti al suo sguardo allibito si svelò un mondo di cui non aveva mai neanche sospettato la possibilità.
Tom capì che a quello strano tipo avrebbe dovuto spiegare proprio tutto, e così fece.
I due passarono insieme l'intero pomeriggio, osservando tutto quello che li circondava. Il bambino toccava, annusava e assaggiava tutto, era davvero molto buffo, e intanto imparava e capiva tante cose. 
Dopo diverse ore, mentre Tom esausto si riposava sdraiato all'ombra di un albero, il suo nuovo amico gli corse incontro con negli occhi un luccichio nuovo e, come un invasato, mosso da un entusiasmo incontenibile, gli disse:
“Ora voglio tornare nella caverna per raccontare a tutti quello che mi è successo; voglio che anche gli altri conoscano questo mondo meraviglioso di cui là dentro si vedono solo delle pallide ombre!”.
Tom, pur sorpreso da tutto quell'entusiasmo, capiva bene il desiderio del suo amico.
Gli disse, però, che lo avrebbe aspettato fuori, era davvero troppo stanco. 
Così il bambino si diresse correndo verso la caverna, felice di far conoscere a tutti la vera realtà che fino a quel momento nessuno di loro aveva mai visto.
Ma quando entrò nella caverna si immobilizzò subito. Nonostante la presenza del fuoco, infatti, il buio là dentro era davvero profondo e i suoi occhi, ormai abituati alla luce del sole, non riuscivano a scorgere niente. Proseguì a tentoni e barcollando; sembrava un ubriaco. Inoltre i suoi piedi affondavano nella terra e questa sensazione che prima gli sembrava naturale ora lo spaventava facendolo agitare ancora di più.
Fu in questo stato che i suoi compagni lo videro (o meglio, videro la sua ombra!) mentre lui gridava loro, tutto infervorato, che là fuori c'era un mondo insospettato, sconosciuto e bellissimo che tutti dovevano assolutamente conoscere perché quello era il mondo vero!
Ma quelli, vedendolo arrancare come uno che non sa neanche stare in piedi, vedendolo agitarsi come un esaltato e non capendo un sola parola di quanto andava dicendo, lo presero per un pazzo e iniziarono a deriderlo. 
“Sei impazzito, che ti è successo?” gli chiedevano tutti ridendo di lui.
Il povero bambino non capiva la reazione dei suoi compagni.
“Perché ridete? Vi dico che là fuori c'è la realtà vera, la libertà, la conoscenza... ma non volete liberarvi da questa schiavitù? Non volete conoscere il vero mondo? questo è un mondo fatto solo di apparenze, di illusioni, quelle che vedete davanti a voi sono solo le vostre ombre, non siete voi!”
Ma più cercava di spiegare quanto aveva scoperto più le sue parole suonavano prive di senso alle orecchie degli altri bambini, parevano le parole di un folle. 
Alla fine qualcuno gli disse di andar via, ché turbava la quiete di quel posto e non permetteva più a nessuno di portare a termine il proprio compito.
Il bambino, a malincuore e con una grande profonda tristezza nel cuore, si rassegnò e se ne tornò a fatica fuori dalla caverna, solo e inseguito dalle parole di scherno degli altri. 
Si chiedeva perché i suoi compagni non avevano creduto alle sue parole, come mai non erano come lui curiosi di vedere, di conoscere la verità, e come potevano accontentarsi di una mondo fatto solo di illusioni.
Quando uscì dalla caverna si accorse che Tom non c'era più, si ritrovò solo, in quella potente luce e in quel mondo pieno di colori e profumi. 
Capì che il prezzo da pagare per poter godere di quella bellezza sarebbe stato la sua solitudine e, pur profondamente triste per i suoi amici lasciati lì nella caverna, provò una profonda riconoscenza per Tom che lo aveva liberato dall'errore e da un mondo di apparenza, che gli aveva donato la possibilità di distinguere il vero dal falso.
Si incamminò lungo la strada andando incontro al suo nuovo destino».


“Insomma mamma” disse Enrico quando la mamma ebbe finito di raccontare questa storia “se decido di conoscere la verità allora resterò solo e inoltre i miei amici mi prenderanno in giro, non è così?”

“Vedi piccolo mio” disse la mamma, “spesso le cose più importanti e belle sono difficili da conquistare e proprio perché sono in pochi a riuscirci, quelli che ci riescono non sempre trovano la comprensione e il consenso degli altri”.

“Allora basta rinunciare a quelle cose e saremo sempre in armonia con tutti!” esclamò tutto contento Enrico.

“Forse in questo modo otterrai il consenso dei tuoi amici, è vero, ma dovrai rinunciare a qualcosa di molto importante come la conoscenza e la libertà. In altre parole, dovrai vivere un po' come quei bambini nella caverna, costretti a guardare in una sola direzione e impossibilitati a scoprire la verità”.

“Ma loro non erano costretti, in fondo c'era solo un po' di terra a fermarli”.

“Hai ragione Enrico, la terra non è un grosso impedimento, di certo è molto diversa da una catena e, se vuoi, puoi liberarti. Ma hai sentito anche tu quanta resistenza ha fatto il bambino della storia prima di dare ascolto alle parole di Tom, quanta poca energia ha impiegato per liberarsi...”

“In effetti è vero, sembrava quasi che non volesse essere liberato... ma perché?”

“Perché a volte i nostri impedimenti, anche se leggeri, sono radicati in noi, e ci danno un senso si protezione e di sicurezza. Però restano sempre dei limiti, delle vere e proprie catene”.

“I limiti non sono una cosa buona, vero mamma?”

“Non lo sono, piccolo mio”

“Però a me piace il senso di sicurezza, di protezione, come quello che sento quando mi addormento nel tuo lettone o quando mi abbracci dopo un brutto sogno!”

La mamma sorrise e disse: “Quel senso di protezione è una cosa diversa, piccolo mio”

“Perché?”

“Perché non scaturisce da un limite che ti viene imposto, ma dal mio amore e dalla tenerezza che provo per te”.

“E qual è la differenza mamma?”

“La differenza è questa: che nell'altro caso il limite deriva dalla paura, o dalla pigrizia, come quando non vuoi uscire a giocare a pallone perché ti secca lavarti, vestirti e uscire e preferisci restare sul divano a guardare passivamente la TV o come quando non vuoi uscire a giocare con i tuoi amici perché nel gruppo c'è una nuova bambina che ti fa provare un po' di vergogna. Ecco, in queste occasioni tu non fai delle cose che ti farebbe bene fare o che forse desideri fare, e non le fai a causa di alcuni limiti, come la pigrizia e la paura... capito?

“Credo di si mamma... Quindi il bambino della storia è meno pigro, o meno pauroso degli altri?”

“Proprio così, quel bambino mostra di avere più coraggio e di essere più curioso degli altri... Decide di fidarsi di Tom. E' un po' come una persona che all'improvviso trova la forza e il coraggio di interrogarsi su quello che desidera realmente e che mette in discussione le scelte che ha fatto, senza pensarci molto, fino a quel momento”. 

Enrico prese a riflettere sulle parole della mamma e poi chiese: “Però quel bambino deve affrontare degli ostacoli, il fuoco, e anche il sole. Perché si difende dal sole? Il sole non fa male...”

“Il sole non fa male, è vero, ma quando la luce è troppo intensa i nostri occhi soffrono perché non hanno la potenza adatta per sostenere tutta quella luce”.

“E' vero” ammette Enrico.

“Accade così anche per la nostra mente sai Enrico? a volte non siamo ancora pronti a conoscere alcune cose, ci fanno male e dobiamo accostarci ad esse piano piano, lentamente, anche se sono evidenti e chiarissime come la luce del sole”. 

“Ma tu stai parlando della Verità mamma. L'ho sentito ieri in TV: la verità fa male!”

“Esatto figliolo” dice la mamma sorridendo “ E' proprio cosi, la verita è evidente e può anche ferire, ma è bene sforzarsi di affrontarla”. 

“E' troppo difficile fare tutto questo mamma, e poi io non voglio restare solo!”.

“Non è così difficile come sembra, Enrico, l'importante è iniziare, e poi basterà fare un passo alla volta. E non dimenticare che il bambino della nostra storia ha incontrato Tom, non è del tutto solo. E sono certa che sul suo cammino troverà altri amici, molto speciali per lui, con i quali condividere le sue scoperte, te lo assicuro”.

“E io ci credo mamma, perché tu non assicuri niente quando non sei sicura” concluse Enrico mentre contento si sistemava ancora più comodamente sulla sua poltrona sapendo che di lì a poco avrebbe gustato una buona cioccolata calda, quella che sua madre gli preparava spesso mentre raccontava le sue storie. Cosa c'è di più adatto, in fondo, ad un pomeriggio piovoso?













domenica 8 febbraio 2015

C'era una volta Cenerentola




Giorni fa, spulciando in una vecchia cartoleria anni '80 della mia città, ho scovato un libro illustrato favoloso (è proprio il caso di dirlo!), una Cenerentola del 1969, illustrata da un disegnatore che si firma semplicemente come “Sergio”.
Sono rimasta affascinata dalle immagini, belle da togliere il fiato, elaborate eppure immediate e tanto comunicative da lasciarmi incantata, con gli occhi spalancati su ogni pagina.
I disegni sono presenti su tutte le pagine del libro, alcune sono più piccole, altre sono di grandi dimensioni e attirano il lettore in un vortice di colori ed emozioni.
E' stato un vero piacere leggere la favola nella sua versione più lunga ed ammirare il modo in cui l'illustratore ha immaginato personaggi, ambienti e atmosfere; è stato magico lasciarsi catturare da un mondo così sognante e dolce.
Un libro che conserverò con cura e che è entrato a gran diritto a far parte della mia biblioteca personale di libri per ragazzi.
Buona visione...




Ecco la copertina del libro



La buona Cenerentola....







E le sorellastre....









Il ballo...


Il bel principe








Suona la mezzanotte


giovedì 5 febbraio 2015

Filosofia e fiducia in se stessi


Oggi le pubblicazioni sull'autostima affollano gli scaffali delle librerie; questo tema è, in effetti, divenuto di interesse generale. Ho letto alcuni di questi testi e trovo che molto di quello che vi è scritto sia stato già detto con ampia chiarezza da molti filosofi.

In particolare mi sono tornate alla memoria le parole di un filosofo che amo, racchiuse nel suo saggio “Fiducia in se stessi”; si tratta di Ralph Waldo Emerson, filosofo americano vissuto nel XIX secolo1.
Parlare del suo saggio mi offre tra l'altro l'occasione non solo di mettere in evidenza quanto attuali siano molti autori e filosofi del passato, ma anche di ricollegarmi a quanto detto in un precedente post (del 19/01/15) sulla natura della filosofia (così come il filosofo antico Platone l'aveva definita) e sulla sua utilità, cioè sulla sua capacità di migliorare l'esistenza degli uomini.
Di fatto, quanto afferma Emerson si ricollega al concetto platonico di filosofia, alla filosofia intesa come strumento per diventare individui in grado di operare le proprie scelte in modo autonomo, con coscienza, lucidità e con uno spiccato senso critico, e capaci poi di percorrere con fermezza la strada scelta.
In Emerson questi concetti si traducono nella virtù di dare credibilità al proprio pensiero più intimo e alle proprie convinzioni, nella capacità di essere semplicemente se stessi.
Il saggio infatti ci parla proprio dell'unicità di ciascuno di noi, e non solo; ci parla soprattutto del grande potere che deriva da questa unicità e irripetibilità, che detta un modo di pensare e di essere assolutamente indipendente, inimitabile.

Dice Emerson nel saggio:

“Date voce alla convinzione latente in voi, ed essa prenderà significato universale.”2

E ancora:

Il merito maggiore che noi attribuiamo a Mosé, a Platone e a Milton è che essi non tennero in nessun conto libri e tradizioni, ed espressero non ciò che gli altri uomini pensavano, ma ciò che essi pensavano. Ognuno dovrebbe imparare a scoprire e a tenere d'occhio quel barlume di luce che gli guizza dentro la mente più che lo scintillio del firmamento dei bardi e dei sapienti. E invece ognuno dismette, senza dargli importanza, il suo pensiero, proprio perché è il suo. E intanto, in ogni opera di genio riconosciamo i nostri propri pensieri rigettati; ritornano a noi ammantati di una maestà che altri hanno saputo dar loro.”3

Vivere quasi totalmente della propria interiorità, poiché niente è più sacro dell'integrità della mente, questo è uno dei messaggi più interessanti trasmessi da Emerson:

Nessuna legge può per me essere sacra se non quella della mia natura [...] provo un senso di vergogna quando penso con quanta facilità tutti finiamo invece col capitolare di fronte a nomi e a insegne, grandi società e istituzioni defunte.4


Essere se stessi è fondamentale, essere delle persone autentiche vale più di ogni cosa.
Essere franchi con se stessi è anche un modo per conoscersi, quindi per accettarsi e poi per migliorarsi. Non c'è bene più prezioso del proprio io, e non c'è scelta più saggia di quella di appropriarsi e possedere il proprio sé. L'io autentico di ciascuno di noi è come una base solida sulla quale edificare tutta la nostra vita, i rapporti con gli altri, le scelte che ogni giorno siamo chiamati a fare.

La mia vita vale per se stessa e non per dare spettacolo. Preferisco che sia in tono minore, ma genuina e univoca, piuttosto che brillante e instabile.5

La forza dell'istinto, molto più dei calcoli della ragione, è in grado di farci da guida e di indicarci il modo di condurre la propria esistenza, cioè seguendo se stessi, le più intime convinzioni, il proprio genio, come lo chiama Emerson.
Questa voce interiore, che ognuno di noi dovrebbe imparare ad ascoltare, è la più sincera di tutte, di certo più sincera delle molteplici voci che si accavallano spesso intorno a noi, che spesso esprimono dissenso e critica, perfino riprovazione.

Io fuggo padre e madre, moglie e fratello quando il mio genio mi chiama.”6

dice Emerson citando Matteo , X, 34-37.

Quando decidiamo di ignorare questa voce interiore, non solo siamo perseguitati dal rimpianto, che di per sé non è poca cosa, ma abbiamo in realtà commesso un errore ben più grave: di fatto abbiamo messo a tacere, abbiamo messo all'angolo, togliendole ogni credibilità, la parte più importante di noi stessi, assestando un duro colpo alla nostra autostima, indebolendo la fiducia in noi stessi e la capacità di reagire, e ci siamo privati della possibilità di prendere finalmente in mano la nostra vita.

La voce interiore, dice Emerson, è quella che udiamo con estrema chiarezza nei nostri momenti di solitudine, ma è la stessa che poi diventa fioca e non più udibile quando rientriamo nel mondo, cioè quando siamo insieme agli altri.
Questo è dovuto al fatto che, purtroppo, spesso nella società la verità più apprezzata non è la fiducia in se stessi, non è la creatività del singolo, né il genio, ma il conformismo; e il conformismo,

“...non ama le realtà vere, né gli spiriti creativi, ma solo nomi e consuetudini [ ] Per il tuo non-conformismo il mondo ti colpirà e non ti avrà in nessuna considerazione.7

Non aspettiamoci, quindi, dagli altri delle lodi o dei complimenti per il nostro anticonformismo, per la nostra scelta di essere autentici; ciononostante bisognerebbe trovare il coraggio di essere se stessi sempre e comunque.

Concludo il post con queste splendide parole, che dovrebbero permanere indelebili nella nostra coscienza:

Quel che io debbo fare è quanto riguarda me, non ciò che la gente ne pensa. Una tale regola, tutt'altro che facile da applicare sia nella vita pratica che in quella intellettuale, potrebbe servire come esatta distinzione tra grandezza e mediocrità. Tutto è poi reso arduo dal fatto che c'è sempre qualcuno che crede di sapere quali siano i tuoi doveri meglio di quanto non sappia tu stesso. E' facile, nel mondo, vivere secondo l'opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l'uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l'indipendenza della solitudine.8

Il saggio “Fiducia in se stessi” è solo uno dei saggi bellissimi di Emerson, che varrebbe davvero la pena di leggere e conservare. E su questo saggio credo che tornerò in altri post, per parlarvi di altri spunti interessanti e preziosi.




1Il saggio in questione è contenuto in R. W. Emerson, Natura e altri saggi”, a c. di Tommaso Pisanti, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 1990.
2Ivi, p. 91.
3Ivi, p. 92.
4Ivi, p. 95-96.
5Ivi, p. 97.
6Ivi, p. 96.
7Ivi, p. 99.
8Ivi, p. 98.